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Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Yoga Journal Italia, per la rubrica di Swami Joythimayananda dal titolo Laboratorio di Ayurveda.

Lo Yoga è un’autodisciplina che ha uno scopo spirituale e le sue regole mirano ad acquisire padronanza di corpo, mente, ego e intelletto. Lo Yoga unisce l’anima individuale con quella cosmica – come fiamme di un fuoco che si incontrano in un nuovo flusso –, deve quindi essere eseguito con la coscienza pura, senza ego. Dopo una lezione di Yoga, infatti, il praticante dovrebbe avvertire nitidamente un buon flusso di Prana (energia), di Satam (pace interiore) e di Anandam (felicità), quest’ultima nasce proprio dalla devozione basata sul Karma Yoga o “servizio disinteressato”. Il Karma Yoga (dove Karma sta per “azione” e Yoga per “unione”) è definito anche “Yoga dell’energia”.

Nella tradizione indiana ci sono cinque principi per realizzare Moksha, ovvero il conseguimento di una condizione spirituale superiore:

  • l’Hatha Yoga agisce direttamente sul controllo degli arti, dei muscoli e degli organi permettendo il raggiungimento dell’armonia tra le energie divergenti (maschile e femminile, caldo e freddo ecc.);
  • Bhakti Yoga è lo Yoga della devozione, della trasformazione dei sentimenti verso la beatitudine;
  • Raja Yoga, o Yoga della meditazione, aiuta a svuotare i pensieri e le emozioni dalla mente per trovare Moksha nella soddisfazione, nell’ascolto e nella concentrazione;
  • Gnana Yoga costituisce il sentiero della saggezza, della trasformazione dell’intelletto verso la luminosità, la pratica del distacco completo ottenuto con comprensione, chiarezza e leggerezza;
  • Il Karma Yoga è lo Yoga dell’azione, e consiste nel servire gli altri con devozione, con compassione, poiché dal servizio disinteressato nasce la felicità. Il risultato di questa pratica è assenza di attaccamento e di possessività, conseguimento di soddisfazione nell’azione in sé, non nel risultato. Qualunque azione deve essere compiuta come un dovere, come una missione. Il Karma Yoga può essere spiegato anche come “azione suprema”, o come “azione + donazione”. Esistono due modi di agire: il Kamya Karma è azione con desiderio, mentre Niskamya Karma è azione senza desideri. Normalmente l’uomo agisce assecondando i primi, ma quando iniziamo a disciplinare veramente la nostra mente, insieme ai nostri pensieri e sentimenti, riusciamo anche ad affrontare i doveri riducendo i bisogni ed evitando i desideri. È proprio attraverso questa presa di coscienza che nasce il Karma Yoga.

La vita e il lavoro

Solitamente gli uomini discernono la vita normale dal lavoro, ma in verità questi aspetti sono parte di un sol concetto: il lavoro e la vita rappresentano un’azione unica, poiché la vita è lavoro e il lavoro è la vita. Con la nostra attività lavorativa è quindi importante instaurare un rapporto sano, dimostrando un approccio positivo e collaborativo al fare, poiché da queste dinamiche dipende parte della qualità della nostra esistenza.

Il lavoro è un servizio che deve essere svolto in modo efficace e amorevole, senza attaccamento o aspettative. Non serve paragonare il proprio lavoro con quello degli altri, poiché in questo modo auto-generiamo false aspettative, oppure corriamo il rischio di discernere un “buon” lavoro da uno “cattivo”, differenza che esiste solo nella mente.

Quel che è importante è seguire il proprio compito (Svadharma) con leggerezza: di questo beneficeranno tutte le nostre azioni e anche persone che ci sono intorno. Noi siamo solo i “gestori” e non i “proprietari” della nostra anima, avendo una mentalità corretta, la vita può realizzarsi pienamente e in modo armonioso nel Seva (“servizio”) in funzione del Karma Yoga.

Purificare il karma

La pratica del Karma Yoga permette di purificare i pensieri e le emozioni negative, come egoismo, odio, rabbia e gelosia, al fine di lasciar penetrare in sé amore e armonia. Agire in modo disinteressato significa individuare lo scopo della nostra vita in ogni servizio che si compie, senza pensare di poter aiutare o cambiare gli altri, ma con l’intenzione di purificare noi stessi. In quest’ottica, risulta chiaro come il servizio puro diventi il nostro Dharma, mentre gli “altri” sono per noi uno strumento che ci permette di comprendere al meglio il mondo e di agire in armonia.

Tutti noi, in potenza, possiamo essere dei Karma Yogi: per diventarlo basta coltivare un atteggiamento di vita basato sull’autocontrollo e sulla canalizzazione nella giusta direzione delle risorse del nostro corpo, delle emozioni e dei pensieri. Il vero Karma Yogi non separa mai il risultato dall’azione. Delle cinque vie dello Yoga (Hatha, Raja, Bhakti, Gnana, Karma) il Karma Yoga è l’unico che può essere praticato tutto il giorno.

I doveri del karma Yogi

Nella Bhagavadgītā vengono definiti gran parte dei compiti che disciplinano i comportamenti del Karma Yogi, che agisce senza alcun desiderio per i frutti della sua azione. Questo tuttavia non implica di accettare e subire passivamente qualsiasi evento o costrizione che la vita gli imponga. Il Karma Yogi non perde mai il senso di pietà e di pace, è colui che ha la saggezza e la capacità di sapersi liberare in modo armonico da ogni situazione che, vissuta in qualsiasi altro modo, rischierebbe di alterare il suo equilibrio.

Egli riconosce e accetta con gioia i doveri che la vita quotidianamente gli impone; in questo modo non soltanto scioglie i legami che lo legano al mondo fenomenico illusorio, ma rinforza la propria unione mistica con Dio e con il Cosmo. Il Karma Yogi segue la vita quotidiana con gioia e con distacco sia nei riguardi del Dharma universale, sia del proprio, vive legato al mondo reale e sperimenta la liberazione da tutto ciò che è mutevole, compiendo ogni azione come un profondo atto di meditazione.

Sono un Karma Yogi

Mangio e dormo come servizio, lavoro come servizio.

Mi riconosco come Karma Yogi, seguo questo fine come pensatore, scrittore, docente, maestro, massaggiatore, medico, erborista, contadino, consumatore, allievo, devoto e seguace.

Da piccolo svolgevo i miei compiti senza attaccamento, e anche ora è lo stesso: sono contento di “fare”, non del risultato ottenuto.

Già nella fanciullezza compresi la mia natura, percependo la realizzazione come dovere, non cercavo pause nel lavoro per divertirmi e non pensavo al riposo come divertimento, mi rilassavo per poter poi realizzare.

Da ragazzo ho camminato per 12000 chilometri, e ancor oggi mi sento come un fannullone, ma ho costruito sette case.

Scrivo, cucino, presento i miei libri, vado nell’orto a seminare, lavorare, raccogliere, viaggio, insegno, medito, pratico Yoga tutti i giorni, gestisco un Ashram, una comunità, una scuola, rido, penso, mi arrabbio, ma non piango.

Ho la mia famiglia personale, ma anche una grande famiglia con insieme amici e allievi.

Tengo seminari, corsi di formazione, coltivo, costruisco e digiuno, come forma di preparazione per lasciare il corpo.

Riduco al massimo gli sprechi, ma produco tante cose, perché sono un Karma Yogi, non penso a riposare per disquisire, mi sento sempre rilassato.

Ogni volta che gli altri mi criticano comprendo il mio errore e la loro ragione, poi lascio andare...

Mi hanno detto molte volte che sono instabile, ma sento in me la leggerezza.

Mi rimproverano perché faccio troppe cose, ma sento di non aver ancora fatto niente.

Tutto mi va... sono un Karma Yogi.

Swami Joythimayananda

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Il Maestro Swami Joythimayananda, Acharya (Maestro di Yoga) e Vaidya (Sapiente Ayurvedico)

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